sabato 16 luglio 2016

Per difendere il valore delle icone, molti hanno dato la vita....


[…] la lotta pro e contro le icone, che imperversò in Oriente e in Occidente, si concentrò soprattutto nella chiesa di Costantinopoli. […] La persecuzione degli ortodossi si scatenò con violenza tale da renderla paragonabile a quella di Diocleziano.  Costantino Copronimo compose un trattato in cui riassumeva la dottrina iconoclasta e convocò un Concilio. […] Il trattato è violentissimo ed enuncia una posizione estrema, sopprimendo il culto della Vergine e dei santi. In seguito emanò un decreto che sopprimeva il nome di “Madre di Dio” e proibiva la parola ”santo”. Furono vietate le visite frequenti alla chiesa. […] Il trattato dell’imperatore fu scritto alla vigilia del concilio iconoclasta (concilio di Hieria 754) […] Il concilio decise che chiunque avesse dipinto o conservato presso di sé delle icone, fosse privato del sacerdozio se era chierico, e anatemizzato se era monaco o laico. I colpevoli sarebbero stati consegnati al tribunale civile, cosicché le questioni relative alla fede si trovavano ad essere sottoposte alla giurisdizione del potere pubblico. Al termine del concilio l’anatema fu gettato sui veneratori delle icone e sui confessori dell’ortodossia: san Germano, san Giovanni Damasceno e san Giorgio di Cipro. Fu imposto al popolo un giuramento di fedeltà all’iconoclasmo e le persecuzioni, dopo il concilio, divennero particolarmente crudeli. Malgrado tutto questo, il popolo credente non si lasciò ingannare e non rinunciò alle icone. Egli sapeva e sentiva ciò che la Chiesa può e non può accettare. In prima linea c’erano i monaci, proprio su di loro le persecuzioni si accanirono in modo particolare. Venivano decapitati usando delle icone come ceppi, venivano affogati rinchiusi in sacchi, venivano costretti a violare i voti monastici; c’era anche l’uso di bruciare le mani degli iconografi. I monaci emigrarono in massa, soprattutto verso l’Italia, Cipro, la Siria e la Palestina. C’erano tra costoro molti iconografi, ecco perché Roma non conobbe un’epoca più feconda per l’Arte Sacra di quella iconoclasta. (cfr. “La Teologia dell’Icona” L. Uspenskij)

Per difendere il valore dell’icona molte persone hanno dato la vita. Difendere l’icona, in passato non significava semplicemente difendere un arte ornamentale per le chiese, ma significava difendere la vera fede cristiana ed il dogma dell’Incarnazione che ne è il mistero principale. Per questo tanti uomini e donne, soprattutto monaci si sono lasciati martirizzare, per affermare e testimoniare la verità del Vangelo e dell’Incarnazione del Figlio, seconda Persona della SS. Trinità.
Se noi oggi possiamo conoscere e godere di questa che, senza alcuna esagerazione, è stata definita “arte divina” è proprio grazie al coraggio di tanti cristiani e monaci che a rischio della vita l’hanno trasmessa ai posteri.
Credo perciò che ci si debba accostare all’icona e all’iconografia con lo stesso rispetto e venerazione dei nostri padri nella fede, che ci hanno insegnato che l’icona è Vangelo, è Sacra Scrittura dipinta e come tale va venerata e non va confusa, come purtroppo troppo spesso succede, anche per l’insegnamento errato di taluni iconografi, con altre forme artistiche e pittoriche. Non aver capito questo significa, non essere entrati ancora neppure nel nartece della cattedrale dell’iconografia. Per cui alla fine non c’è da meravigliarsi se si vedono icone eretiche, senza alcuna teologia o peggio una teologia confusionaria e immaginaria, che allontana da Dio anziché unire a Lui, o se si leggono irriverenti paragoni riferiti all’icona definita nelle maniere più assurde.
La superficialità con cui si affrontano certi argomenti lascia sbigottiti e rattristati. C’è chi è morto per difendere la fede raffigurata nelle icone, invece per noi occidentali, ormai l’iconografia non è altro che un hobby come tanti.
Mi è stato fatto notare che a volte sono troppo severo con gli allievi, perché pretendo il silenzio, la preghiera, l’attenzione e il rispetto per il lavoro che si sta facendo, ed esigo da loro lo studio e l’approfondimento teologico. Io mi domando: va bene che oramai anche durante la Santa Messa c’è chi chiacchiera con il vicino o risponde tranquillamente al telefono, ma è mai possibile che non si capisca che l’iconografia è un atto liturgico? Finita la lezione si può condividere un momento di fraternità, ma durante la lezione mi dispiace ma proprio non lo accetto. E pensare che i monaci digiunavano 40 gg prima di dipingere un icona, si preparavano spiritualmente, e durante la scrittura si raccoglievano interiormente e pregavano in silenzio.
E noi? Come ci comportiamo durante quest'atto liturgico?
C’è da riflettere parecchio……..

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