lunedì 25 gennaio 2016

Iconografia. Due problemi da non sottovalutare: il tutto e subito e l'improvvisazione

In questi giorni riflettevo su due episodi vissuti, che mi hanno spinto a condividere questa nota, senza critiche e senza voler essere offensivo nei confronti di nessuno.
La prima riflessione nasce da una email che ho ricevuto qualche giorno fa da parte di una persona che era interessata ad iscriversi a un corso propedeutico di iconografia. Come al solito ho cercato di spiegare in sintesi che cosa sia l'iconografia, il suo senso e la sua importanza. Cercando di far capire che l'iconografia è innanzitutto un cammino spirituale e non solo artistico, che richiede un impegno manuale ma anche intellettuale e spirituale. E' un percorso che può durare anni, prima di ottenere dei risultati soddisfacenti. Va di pari passo con il cammino di Fede, e per questo c'è bisogno della preghiera e dell'azione dello Spirito Santo che è colui che ispira l'iconografo.
Un corso propedeutico è pensato come introduzione all'iconografia e non è paragonabile ad uno generico di pittura in cui si impara una tecnica da applicare universalmente, ma c'è bisogno di approfondire la conoscenza storico-teologica-liturgica, senza la quale è impossibile progredire in quest'arte. Questa persona mi chiedeva oltre alla durata, che è cosa lecita domandare, anche se a fine corso le avrei rilasciato un "attestatino" di partecipazione. Le ho risposto che personalmente non ritenevo corretto rilasciare un attestato di frequenza per un corso introduttivo che è soltanto la punta di un iceberg e non abilita ancora a potersi definire iconografo, così come frequentare una settimana di scuola dell'arte non è sufficiente per potersi definire un artista. Anzi, a mio parere rilasciando certificati che non hanno nessun valore professionale, ad allievi che per giunta si trovano ancora a un livello base si da un messaggio fuorviante e illusorio. Perché, sappiamo bene come la vanagloria giochi spesso in queste situazioni e possa far ritenere a qualcuno di essere ad un livello di competenza ben superiore a quello che in effetti possiede. Oltretutto quella dell'Iconografo non è una figura professionale ufficialmente riconosciuta, ma è il frutto di anni di studio e di esperienza pratica.
Mi sono chiesto: da cosa nasce questo bisogno di un riconoscimento? Forse dal volersi presentare con il "titolo" di iconografo, magari per vantarsi o per fare effetto e trovare qualche committente, poco istruito in materia ma molto facile da abbagliare, o perfino collocare qualche "icona" in una chiesa. Oggi viviamo nella cultura dell'immediato, dell'usa e getta, in cui si deve avere tutto e subito e non si ha l'umiltà e la pazienza di saper aspettare i tempi necessari, ne di faticare nello studio e nella preghiera. Pensavo con una certa nostalgia ai laboratori che ho visitato sul Monte Athos e di quale disciplina spirituale vi ho trovato, di come lo zoografo guidava i suoi allievi e come ognuno di loro sapesse bene di essere in cammino verso la santità attraverso l'arte dell'icona. Pensavo anche ai grandi iconografi del passato che stavano anni a bottega dai maestri prima di imparare qualcosa da comunicare nelle loro opere, certamente nessuno di loro ha chiesto l'attestato ai propri maestri, consapevole che l'unico attestato valido per un iconografo viene dallo Spirito Santo e dalla Comunità ecclesiale. 
L'altro episodio, che è comunque legato al discorso precedente,  riguarda l'improvvisazione di certi artisti, perfino autodidatti e senza la minima formazione iconografica, che propongono alle chiese e ai parroci delle opere pittoriche, definendole icone, mentre di iconografia non hanno assolutamente nulla, nemmeno nella tecnica. Magari per amicizia o perché regalate, alcuni parroci le collocano in chiesa alla venerazione dei fedeli, chiamandole "icone", questo genera enorme confusione e le persone non sono in grado di distinguere un icona da un quadro. Vengono poi collocate in spazi liturgici assolutamente casuali, come se un punto o l'altro della chiesa fosse uguale, basta che ci sia spazio libero, come nel salotto di casa. Questo purtroppo succede anche perché, chi dovrebbe essere responsabile spesso o non ha gli strumenti o non ha la competenza per operare con correttezza. In conclusione credo che ci sia da riflettere attentamente sulla responsabilità che si ha nei confronti di Dio e della Chiesa quando si propone o si accoglie un opera artistica, dimenticando la funzione che dovrebbe assolvere o definendola "icona" quando si tratta di altro.
Michele Antonio Ziccheddu

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